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Irlanda, una banca per gli asset tossici

L’Irlanda è pronta a creare una banca con asset tossici per il valore di 81 miliardi di euro. Creerà anche una nuova normativa per i requisiti di capitale delle banche. La “banca tossica” sarebbe –secondo gli esperti- un nuovo passo verso la nazionalizzazione del sistema bancario irlandese.

Toxic Asset. Pick:image.spreadshirt.com

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La banca riceverà il nome di Agenzia di Gestione degli attivi nazionali e potrebbe offrire sconti sugli asset tossici. Principalmente su quelli in mano ai maggiori gruppi immobiliari (17 miliardi). Questa misura avrà un impatto diretto sul futuro delle banche irlandesi che in futuro vedranno una normativa di regolamentazione del capitale più severa. I requisiti minimi di capitale saranno difficili da mantener –per molte banche nello stato attuale- senza l’aiuto del governo. Ecco perché si parla di nazzionalizare le banche.

La reazione della banche irlandesi è stata molto negativa durante la giornata in borsa si ieri: Al lied Irish Banks (-20%) e Bank of Ireland (10,4%). Rispettivamente lo stato controllerebbe il 70% ed il 40% delle due banche in futuro.

Lo Stato Irlandese mira a una “riforma del sistema dopo essersi liberati degli asset tossici” scrive il Financial Times. Le banche dovranno incrementare il Tier 1 sino al 7% e per tanto chiedere all’incirca 16 miliardi di capitale che –se fornito dal governo- diventerebbe un problema  serio per la finanza pubblica del paese. Il deficit dell’Irlanda crescerebbe in modo esponenziale confermandolo come la I più solida dell’acronimo PIIGS.

Economia sommersa

In Italia l’economia sommersa frena lo sviluppo. L’Ocse, l’organizzazione dei paesi cosiddetti sviluppati, piazza il Paese al secondo gradino del podio su 46, subito dietro la Grecia. Quantificare la mole di denaro che circola nel sottobosco dell’economia non è facile, ma è possibile tracciare un quadro vicino alla realtà e calcolare l’emersione del lavoro irregolare. Iniziamo con una definizione di lavoro in nero. Per la letteratura “l’economia sommersa rappresenta quell’insieme di attività che contribuiscono alla formazione del reddito e della ricchezza di una nazione senza essere tuttavia rilevate nelle statistiche ufficiali” (Lucifora, Università Cattolica).

Lavoro nero. Foto: www.lecceprima.it

Lavoro nero. Foto: www.lecceprima.it

Sul fronte del lavoro l’Italia è divisa ma è chiaro che il problema non riguarda solo il meridione, com spesso si pensa. Al nord vince il “lavoro grigio” ossia l’uso marginale, più per convenienza che per necessità, di impiego irregolare. Al sud invece prevale quello nero, cioè completamente sommerso, fatto anche di sfruttamento. Le statistiche del Fondo monetario internazionale ci dicono che l’incidenza dell’economia sommersa in Italia è del 27% (la Grecia è al 30%; dati 2002). L’Ocse nei suoi elaborati aggiunge che in tre decadi, nei paesi occidentali, il sommerso è raddoppiato passando da un’incidenza media del 10% a una del 20%. 
L’anno scorso di questi tempi il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, aveva lanciato l’allarme “economia sommersa” durante il consueto discorso delle “Considerazioni finali” (attese per la fine di questo mese). Nascondere “una parte considerevole delle basi imponibili – aveva detto – accresce l’onere imposto ai contribuenti ligi al dovere fiscale”. Il messaggio è chiaro: se qualcuno ruba pagano tutti (e l’economia si ferma).

Qualche numero fornisce un’ulteriore dimensione del problema. Stime dell’Istat risalenti al 2006 rivelano che il sommerso nel settore agricolo valeva 8,5 miliardi, in quello industriale 42 e nel terziario (servizi) 199,4. A questo si deve aggiungere il mercato del lavoro che soffre di un “tasso di irregolarità” pari al 12 per cento. Dire che il problema è comune non serve perché la questione non è solo economica. E’ anche indice della civiltà di un paese. I lavoratori di qualsiasi provenienza ed estrazione costretti al lavoro nero o poco tutelato soffrono di una condizione di diseguaglianza rispetto agli altri cittadini. Una realtà in forte contrasto la costituzione italiana che non ha trovato soluzione. Una pressione fiscale del 43 per cento non basta a giustificare il mancato rispetto delle regole.

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